Nestlè terzomondista

By ioinesteso

Negli ultimi mesi la Nestlè ha inviato alle agenzie di stampa un documento intitolato Water Management Report nel quale l’azienda riassume gli sforzi e gli aggiornamenti tecnologici che ha adottato per diminuire gli sprechi di acqua nella fase produttiva. Così come per il consumo domestico, il rincaro dell’acqua forse comincia a diventare sensibile anche per questo colosso dell’agroalimentare.

Ma la sensibilità che più interessa agli uffici comunicazione di importanti firme industriali è la crescente attenzione del pubblico per le preccupazioni legate all’impatto ambientale dei nostri stili di vita. Per questo motivo esiste una rincorsa a soddisfare questa sorta di “coscienza” ambientalista da parte del marketing. Greenwashing Index è un sito che critica questa tendenza e permette al pubblico di votare la pubblicità giudicata più ipocrita in questo senso. Per tornare a noi, solo in Italia più volte l’Antitrust ha inflitto multe a importanti etichette di minerale per pubblicità ingannevole.

(continua di seguito oppure quì: www.anfibi.org/?p=76)

Di sicuro, la razionalizzazione nell’utilizzo dell’oro blu presentato nel rapporto evidenzia numeri importanti, come la riduzione del 27% della quantità di acqua necessaria per il confezionamento dei prodotti riconducibili al marchio Nesltè che troviamo nei supermercati. Questa azione di corporate social responsability viene motivata dall’impegno per salvaguardare l’ambiente e le fasce di popolazioni più fragili di fronte al caro prezzi. Tuttavia di acqua si parla solo limitatamente alla sola filiera agroalimentare o produttiva. Infatti è la fase di commercializzazione quella che offre molti spunti critici.

In un’intervista a tutta pagina rilasciata al Corriere della Sera su questo tema, il presidente della Nestlè non faceva il minimo riferimento al fatto che la corporation che dirige, oltre all’agroalimentare, rappresenta la prima multinazionale nel settore dell’acqua da rubinetto e imbottigliata, di cui Nestlè detiene 72 etichette. Acqua in bocca o curiosa dimenticanza quella del presidente Brubeck e del giornalista per un problema – quello delle campagne di acquisizioni e delocalizzazione, da parte di grandi gruppi come Vivendi, Danone e Nestlè Waters, di etichette di minerali e di intere reti pubbliche di distribuzione – fortemente criticato da NGO internazionali e popolazioni locali.

In un’altra intervista apparsa su un quotidiano svizzero Brubeck è tornato su un argomento affine, questa volta ricalcando un tema caldo nell’ultimo periodo (tanto che la Comunità Europea in settimana ha rivisto alcune politiche agricole in questo campo). Il punto in questione è quello che riguarda il dispendio energetico – in termini di lavoro, petrolio e acqua – necessario a produrre biocarburanti: “Se si pensa di ricorrere ai biocarburanti per coprire il 20% del crescente fabisogno di prodotti petroliferi, finiremo per non aver più nulla da mangiare”. Con una provocazione che ricorda quella del giornalista George Monbiot, esperto di problemi ambientali del Guardian – “Biofuels could kill more people than the Iraq war” -, Brobeck ha sostenuto che sovvenzionare i biocarburanti significa aumentare i prezzi dei cereali e dei prodotti agroalimentari, mettendo in difficoltà se non alla fame le fasce di popolazione mondiale più deboli.

Il ragionamento non fa una piega, ma diversamente da Monbiot e altri, dietro l’analisi di Brobeck ci sono anche normali preoccupazioni legate all’aumento dei prezzi delle materie prime, fatto che potrebbe danneggiare il più importante gruppo alimentare mondiale. Letteralmente, ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Tanto meglio se questo può avere utili effetti sulla riduzione dell’impatto ecologico, anche se non si sa bene dove finisca l’impegno concreto e inizi l’interesse economico, dove la responsabilità sociale rispetto alle ragioni di marketing che ammiccano sempre più alla buona novella ecologista.
Quando Brubeck giudica “moralmente irresponsabili” le sevvenzioni pubbliche in questo campo – “visto che per produrre un litro di bioetanolo servono 4 mila litri di acqua” – sta prendendo le parti dei consumatori o dei fornitori? Più che ad una battaglia per i poveri viene in mente una guerra fra ricchi.

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